Dalla stampa generalista giunge l’ennesimo attacco agli allevamenti intensivi. Conferma di quanto siano scollati i media nazionali dalle dinamiche produttive di agricoltura e zootecnia

Un articolo del 31 marzo 2026, pubblicato sul Corriere della Sera a firma Alessandro Sala, denuncia l’elevata densità zootecnica della Lombardia. Ogni due abitanti vi sarebbe infatti un bovino o un suino stipati all’interno di allevamenti intensivi. Una situazione che però nulla ha di nuovo visto che il patrimonio zootecnico italiano di maggior valore é racchiuso nelle tre province di Brescia, Cremona e Mantova. Con tutte le implicazioni ambientali che ne conseguono.
L’ammoniaca, per esempio. è prodotta per il 90 per cento dalle deiezioni zootecniche e anche una quota significativa delle polveri sottili, il 17 per cento circa, deriva dagli allevamenti. Di tali emissioni ovviamente si farebbe volentieri a meno, ma al momento si deve accettare l’idea che se si vuol disporre degli alimenti derivanti dalla zootecnia non ci sono alternative. La conformazione orografica del Belpaese non offre le infinite praterie australiane, ove pascolano 150 milioni di pecore, pari a sette animali e mezzo per abitante, né gode delle distese delle Pampas argentine, ove si allevano 55 milioni di bovini, cioè nove milioni in più degli abitanti umani. Inoltre, al contrario di quanto avveniva un secolo fa, quando ogni azienda agricola del Belpaese, da Bressanone a Ragusa, allevava qualche vacca e qualche maiale, oggi gli allevamenti si concentrano nelle aree a maggior vocazione zootecnica, la pianura a cavallo del Po.
Lo stesso accade però per le mele, coltivate quasi tutte in Trentino-Alto Adige perché è lì che si trovano le migliori condizioni per coltivarle, e anche le provincie vitivinicole sono divenute tali per le medesime ragioni, clima e territorio favorevoli. Lo stesso vale per la Puglia, ove insiste circa un terzo degli oliveti nazionali, e per la Sicilia, che coltiva la maggior parte degli agrumi. Sono coltivazioni a “vocazione agricola territoriale” e tutte, senza eccezioni, sono accusate di nefandezze sanitarie e ambientali dimenticando che se le si eliminasse si dovrebbero importare dall’etero le stesse produzioni.
Ridicole quindi le proteste chemofobiche contro i melicoltori della Val d’Adige, quelle mosse ai produttori trevigiani di Prosecco e dal sapore terroristico le opposizioni mediatiche anti-pesticidi manifestatesi in Puglia quando si cercava di contrastare l’espansione di Xylella fastidiosa. Forse solo gli agrumi non patiscono ancora di tali gogne mediatiche, ma si teme che presto o tardi finiranno nel mirino anche quelli.
A nessuno, men che meno ai giornalisti del Corriere della Sera, passa per la testa che certe forme di coltivazione e di allevamento più che “intensive” sono “specializzate”, come per esempio risultano essere le produzioni di grano duro alternato a girasole delle colline marchigiane o il riso coltivato a Vercelli, Novara e Pavia. Invertire scenari innescati da situazioni naturali orografiche e ambientali non si può, affermazione che vale anche per il mais seminato quasi esclusivamente nella valle del Po dal momento che richiede grandi quantità di acqua per crescere e che è alla base dell’alimentazione di bovini e suini.
E qui si ritorna agli allevamenti del Nord e a chi lancia strali contro la zootecnia senza capire che con le illusorie pratiche “green” cui inneggia l’ambientalismo più becero e ignorante non si potrebbero mantenere le produzioni oggi in essere. Peraltro già di loro insufficienti per soddisfare le domande di cibo avanzate dalla Società. Belli i pascoli di montagna ove poche decine di vacche scampanano allegre su pianori fioriti e ottimo il loro latte e i prodotti lattiero-caseari che ne derivano, ma senza gli allevamenti intensivi di pianura crollerebbe la disponibilità di carni, latte, burro e formaggi, senza contare la crisi che incontrerebbero le dop per mancanza di latte disponibile. Stesso destino per i salumi a marchio.
Tutti problemi sconosciuti agli ambientalisti di turno che il cibo lo consumano anziché produrlo vivendo in contesti urbani e industriali dai quali deriva la maggior parte dell’inquinamento atmosferico e delle acque. L’idea di costituire una “cittadinanza intensiva” non passa per le loro teste, troppo impegnate a protestare contro agricoltori e allevatori stando in abitazioni e uffici ben riscaldati d’inverno e ben raffrescati d’estate. E fa niente se poi da tali comfort deriva più della metà delle polveri sottili lombarde. A chi non vuole o non può comprendere gli scenari sopra citati un invito: eviti di parlare a bocca piena. Soprattutto di ciò che poco si conosce.
Titolo: Allevamenti intensivi in Lombardia: non si parla a bocca piena
Autore: Furio Oldani



