Carne sintetica e sostenibilità

Lo scorso 14 febbraio, il plurimiliardario co-fondatore di Microsoft Bill Gates ha rilasciato un’intervista alla rivista “Mit Technology Review” promuovendo la carne sintetica in un’ottica di sostenibilità. È stata rilanciata con entusiasmo da molte testate giornalistiche mondiali. A leggere l’articolo, però, lo slancio mediatico non sembra giustificato.

Lo è o ci fa? Il dubbio è lecito leggendo l’intervista rilasciata lo scorso 14 Febbraio dal co-fondatore di Microsoft, Bill Gates, alla rivista “Mit Technology Review”. Testata pubblicata dall’ateneo statunitense Massachusetts Institute of Technology. Basta il titolo per far sorgere il dubbio: “Le nazioni ricche dovrebbero passare interamente al consumo di carne sintetica”. Poi però se si legge l’articolo ecco che si fa larga nella mente un’altra ipotesi. Cioè che si sia alle prese solo con una bella dimostrazione di ipocrisia. Dell’autore e degli editori. Nelle pagine pubblicate si riportano in effetti le sole parole dell’ex presidente di Microsoft. Senza dare spazio a un contradditorio che su tematiche simili è invece necessario.

Si sottintende quindi che gli scienziati della prestigiosa università americana siano d’accordo con una teoria paternalistica e moralistica. Teoria secondo la quale i più ricchi, avendo assunto per anni carne “vera”, dovrebbero ora iniziare a mangiare quella finta. Coltivata in vitro per ridurre le emissioni di gas serra e contribuire a salvare il Pianeta dai cambiamenti climatici.


In pratica accade che un uomo il cui patrimonio si stima viaggi sui 123 miliardi di dollari, proponga ai Milanesi di rinunciare all’ossobuco e ai Romani di scordarsi dell’abbacchio, peraltro acquistabili a prezzi economici, per sostituirli con un prodotto che attualmente è ancora poco commercializzato e che, quando c’è, costa svariate decine di euro al chilo. Roba per ricchi quindi. Nessuno però dice niente e, al contrario, tutti si inchinano al pensiero del “grande illuminato”. Del super ricco che pensa al prossimo usando però il portafoglio degli altri.



La teoria fa acqua, ancor prima della pratica

Ma non è che si è tutti fessi o venduti, la verità è che la teoria di Bill Gates fa acqua da tutte le parti. Semplicemente non è vero che la soluzione ai cambiamenti climatici sia legata alla chiusura degli allevamenti. Basta guardare i dati forniti dalla Fao nel 2016 sull’effetto dell’agricoltura sul clima.

Secondo tale Istituzione, l’agricoltura emette il venti per cento circa dei gas serra. Ma negli ultimi 25 anni ha abbattuto le proprie emissioni nette, passando da circa 11 giga tonnellate e mezza di anidride carbonica equivalenti a circa dieci. Un dato estremamente positivo e rincuorante se si pensa all’importanza dell’agricoltura per la vita dell’Umanità, passata in 25 anni da cinque a sette miliardi di individui, ma con un calo della percentuale di persone malnutrite che dal 2005 a oggi secondo le Nazioni Unite è passato dal 13 al nove per cento del totale.

E certo non grazie alla carne in vitro. Detto ciò non servono i super calcolatori e le menti analitiche del Massachusetts Institute of Technology per capire che se l’agricoltura impatta sempre di meno e produce sempre più per sfamare gli esseri umani, i problemi del peggioramento climatico forse sono da trovarsi in altri settori. D’altra parte, si potrebbe obiettare che ogni singola azione per diminuire l’emissione di gas serra è utile per migliorare la situazione e quindi perché non cominciare dai consumi alimentari? Beh, anche qua la fallacia argomentativa, seppur non evidente, c’è ed è pure piuttosto grossa.

Una tecnologia ancora immatura

Ammesso infatti che ci sia chi è disposto a rinunciare alla carne di allevamento, per produrre la carne in vitro a parere degli esperti di settore serviranno ancora almeno due o tre anni prima di ottimizzare i processi di laboratorio e poter cominciare la fase di progettazione industriale, momento che permetterà poi di passare a lanci commerciali di ampio respiro. E sarà probabilmente durante questa fase che gli scienziati si renderanno conto che è relativamente facile legare fra loro delle proteine in ambiente acquoso per dar luogo a una specie di hamburger, ma è molto più difficile “convincere” quegli hamburger a trasformarsi in costine di maiale o alette di pollo.Carne sintetica e sostenibilità

E sarà qui che il paternalismo di Bill Gates si schianterà contro il muro di cemento armato di cui è fatta la realtà. Normalmente un po’ più complicata di quello che sembra. Che poi, a pensarci bene, la teoria di Bill Gates non fa davvero acqua da “tutte le parti”. Se la si guarda dal punto di vista dei suoi interessi personali, potrebbe infatti esserci dietro un tentativo di distrarre le pecche di un settore ben più inquinante dell’agricoltura: quello della filiera dei prodotti elettronici.

Estrarre minerali dal sottosuolo per la produzione di chip e di circuiti elettronici presenta infatti seri problemi ecologici ed etici. Così come il loro successivo utilizzo per la produzione dei componenti nei Paesi economicamente meno sviluppati. Il problema è che questo modello competitivo peggiora le performance ecologiche della filiera. Ma Bill Gates se ne guarda bene dall’invitare i protagonisti del settore a togliere dal mercato le versioni meno performanti dei vari device. Ivi compresi quelli che usano sistemi operativi e software Microsoft.C arne sintetica e sostenibilità

Carne sintetica e sostenibilità

Autore: Eugenio Demartini

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