Basta bufale

La giornalista Milena Gabanelli persevera nella sua opera di disinformazione relativa alla chimica agraria. Ultima esibizione in tal senso la rubrica “DataRoom”, durante la quale ha parlato di glifosate fornendo dati e informazioni che vanno dal fuorviante al falso. Tra queste la denuncia di un utilizzo annuo in Italia di un miliardo e 300 milioni di tonnellate di prodotti chimici, a fronte di valori reali e certificati pari a quattro milioni e seicentomila tonnellate, circa 275 volte in meno. Il tutto in violazione del Codice deontologico giornalistico che invece imporrebbe la diffusione di fatti e dati comprovati, nella loro completezza e scavando un solco ben preciso tra cronaca oggettiva e opinioni personali. Sotto la rubrica come appare sul sito Corriere.it e a seguire l’analisi di dettaglio delle inesattezze riportate ( www.corriere.it/dataroom-milena-gabanelli).

Fonte: CorriereTV

Sollevare polveroni è da sempre artifizio funzionale a quanti vogliono plasmare e indirizzare le opinioni del proprio pubblico. E l’artifizio tanto più funziona quanto più il polverone si basa su dati e affermazioni che sembrano veritieri ma in realtà sono solo verosimili o addirittura falsi. Una strategia di disinformazione che vale in primis per la politica, ma che può essere applicata a ogni segmento della società. In linea con tale scuola giornalistica, nella rubrica “DataRoom” di Tg La7, tratta da una analoga rubrica del sito del Corriere della Sera, Corriere.it, è andato in onda il 10 febbraio scorso un servizio di Milena Gabanelli incentrato su glifosate, il noto erbicida che dal marzo 2015 è nell’occhio del ciclone per una opaca monografia dell’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro, in acronimo “Iarc” (qui il link alla monografia). Va precisato che il tema “cancro” è uno dei pilastri storici che sono alla base degli articoli e dei servizi apparsi negli ultimi cinque anni contro il diserbante in questione e, più in generale, contro tutti i fitofarmaci di origine sintetica. Un tema che tocca la sensibilità del pubblico e vien sempre trattato sulla base di prospettive perennemente spostate verso il sensazionalismo allarmistico. Rai3 è maestra in tal senso avendo reiterato più volte e in varie trasmissioni la presunta, ma non dimostrata, pericolosità di glifosate, prodotto su cui ora si è accanita anche Milena Gabanelli, guarda caso una fuoriuscita proprio da Rai 3. Cambia la rete ma non la prassi e il modus operanti, basato sul propinare all’ascoltatore tesi colpevoliste preconcette e studiate a tavolino, enfatizzando le informazioni a favore e omettendo quelle contrarie. Il tutto in violazione del Codice deontologico giornalistico che invece vorrebbe forniti tutti i fatti e i dati, nella loro completezza e scavando un solco ben preciso tra cronaca oggettiva e opinioni personali. Per esempio, non si dice mai, o lo si accenna brevemente a denti stretti, che l’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro è stata smentita nelle sue affermazioni su glifosate sia dall’Oms, l’Organizzazione mondiale della Sanità di cui proprio Iarc fa parte (qui il link al documento www.who.int/foodsafety/jmprsummary2016.pdf?ua=1), sia dalla maggior parte delle altre Autorità mondiali di regolamentazione (qui i link GlyphosateInfographic_GLP.pdf).

I pareri di Iarc, perché di pareri si tratta, sono quindi confutati da decine di pareri contrari e una corretta informazione dovrebbe enfatizzare tale sbilanciamento. Ciò però non viene fatto. Spazio per i pareri contrari a quello di Iarc non ne vien dato e l’unica voce imperante è quella che punta a inquietare il pubblico scatenando paure inconsce. La Signora però è furba, sa benissimo che tale strategia le si ritorcerebbe contro e quindi è ricorsa al deprecabile trucchetto del “false balance”, ovvero il presentare due tesi contrapposte facendo credere che siano qualitativamente e quantitativamente equipollenti quando invece non lo sono affatto. Per questo ha riempito la rubrica in questione con una serie di affermazioni e dati apparentemente super partes ma che tali non erano, tant’è che son stati subito contestati da diversi esperti del settore in maniera formale e scritta. Un esempio in tal senso il dato, del tutto falso, relativo ai quantitativi di agrofarmaci e di fertilizzanti usati annualmente in Italia. Agrofarmaci e fertilizzanti sono sostanze diverse, come le pere e le mele, ma unirli in un unico calderone permette di sbattere nell’etere cifre molto più impattanti di quelle che invece sarebbero se riferite a ogni composto. A maggior ragione se poi le stesse cifre sono del tutto sballate come quelle lanciate dalla Gabanelli. Ha infatti denunciato un utilizzo annuo di un “miliardo e 300 milioni di tonnellate” di prodotti chimici, contro un utilizzo reale e certificato di quattro milioni e seicentomila tonnellate annue (fonte: istat).

Ha sbagliato “solo” di 275 volte, ammesso che abbia sbagliato e non abbia invece voluto stupire con dati palesemente falsi. Ovviamente la Nostra ha anche sorvolato sul fatto che la metà dei fertilizzanti usati in agricoltura non sia di derivazione “chimica” ma “organica”, tant’è che viene utilizzata anche in ambito biologico e che per fornire cibo a ogni Italiano tutti gli agricoltori messi insieme, e si sottolinea tutti, usino un solo chilo pro capite di molecole ad azione fitosanitaria. Il loro livello di inquinamento, ammesso che tale si possa definire, è quindi pressoché nullo rispetto alle emissioni di sostanze inquinanti di tipo urbano, civile e industriale. Tale informazione, se fosse divulgata in modo trasparente e responsabile, farebbe però comprendere ai telespettatori quanto la polemica sui “pesticidi” sia la classica montagna che partorisce il topolino. Il tema perderebbe quindi di interesse e non sarebbe più congeniale a quell’incremento degli share televisivi che sono alla base degli stipendi dei conduttori. Ma ancora non è finita qui. Il colmo dell’ipocrisia lo si raggiunge quando vengono mescolati fra loro i dati relativi ai tumori che più di frequente sono a carico degli agricoltori con affermazioni relative al glifosate, una sequenza di notizie fra loro scollegate ma gestite in modo da far credere ai telespettatori che tumori e glifosate siano strettamente connessi. Solo nel finale la Signora si degna di accennare al fatto che in realtà le statistiche erano omnicomprensive e non riferite al solo erbicida. Se Milena Gabanelli fosse una giovane giornalista alle prime armi si potrebbe anche concederle il beneficio del dubbio per un messaggio articolato sequenzialmente in modo da risultare del tutto fuorviante, ma il suo excursus professionale è tale da rendere credibile che certi “mischioni” siano scelte deliberate fatte per interessi personali. E poco cambia se tali interessi sono economici o ideologici. Per questo motivo non sarebbe male se di certe trasmissioni e di certi messaggi inizi a occuparsene anche l’Ordine dei giornalisti e magari anche le Authority delle telecomunicazioni. Troppe spesso si sono violate le regole deontologiche dell’onesto giornalismo e forse si è anche rasentato il reato di procurato allarme. Il tutto superando anche il crisma di intoccabilità che pare aleggi sulla testa di certi personaggi televisivi.

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