L’agricoltura prima del trattore

I primi trattori agricoli prodotti in serie limitate apparvero negli Stati Uniti nel 1892, ma furono chiamati “gasoline traction engine” o “traction engine”. Qualche anno dopo, agli inizi del secolo scorso, apparvero poi altre macchine agricole semoventi quasi sempre orientate alla lavorazione del terreno, ma anche loro non vennero chiamate trattori ma con i più diversi appellativi. “Autoaratro”, “motoaratrice”, “aratrice”, “aratro automobile”, “automobile agricola” e altri ancora. Per veder ufficializzato il termine “trattore” si deve quindi attendere attendere il 1906, quando, secondo diverse testimonianze, così battezzò le sue macchine il direttore vendite dell’ americana Hart Parr, azienda che per prima di mise a produrre in grande serie tali mezzi.

Da “tractor” all’ italiano “trattore” ovviamente il passo fu breve, anche se inizialmente e fino al termine della Prima Guerra Mondiale a spopolare fu il termine femminile “trattrice”, ancora oggi usato in molti testi tecnici e didattici, ma ormai abbandonato nell’uso comune a favore dell’appellativo maschile, più adatto a una macchina destinata ad esibire in campo sforzi sempre più importanti.

La locomobile

Battitura del grano con locomobile a vapore nel 1859.

Quanto sopra permette dunque di affermare che la meccanizzazione agricola non si è avviata con la messa a punto del primo trattore ma già molti anni prima, attorno al 1811, con la produzione di grandi e pesanti macchine mosse da motori a vapore in grado di supportare l’uomo nelle fatiche dei campi.

Locomobile OM con motore testa calda degli anni Venti del secolo scorso.

Erano denominate “Locomobili”, ma che di “mobile” avevano ben poco. Innanzitutto non erano semoventi, contrariamente a quanto potrebbe far supporre il termine, ma trainate da cavalli o buoi che faticavano non poco per muovere le tonnellate di ferragli con cui erano costruiti i motori a vapore e le grandi quantità di carbone e acqua che servivano al loro funzionamento. Allestire sulla base di robusti carri, le locomobili stazionavano a bordo campo e tramite giochi di pulegge e cinghie trainavano aratri a filo o muovevano le trebbie. Per cercare di contenerne masse e dimensioni nel tempo i motori a vapore cedettero il posto a quelli a testacalda e poi da motori a petrolio, ma non prima di aver dato origine alle locomobili stradali.

La locomobile stradale

Logica evoluzione delle locomobili furono le locomobili stradali, apparse attorno al 1850 e così denominate in quanto semoventi e dunque capaci, non senza difficoltà, di spostarsi da un campo all’altro senza aver bisogno di traini esterni animali o meccanici. Erano macchine sempre azionate da un motore a vapore e sempre realizzate sulla base di un carro ruotato, ma questi poteva muoversi da solo tramite sistemi a catene o ingranaggi che azionavano ruote posteriori di grande diametro. Le anteriori erano sterzanti, comandate da un volante collocato in uno spartano posto di guida.

Locomotiva stradale Fowler adibita all’aratura funicolare.

La locomobile stradale svolgeva gli stessi compiti delle locomobili a postazione fissa e come loro difficilmente entrava in campo causa pesi e ingombri che non permettevano di muoversi su terreni cedevoli né di manovrare a fine passata. Da qui l’avvio dell’aratura funicolare che spesso era realizzata mediante mezzi operanti in coppia e posti sui due lati opposti dello stesso campo. Mentre uno tirava l’aratro l’altro veniva riposizionato e messo in condizione di far operare i vomeri in senso contrario. Solo l’avvento del vero e proprio trattore decretò la fine ai primi del Novecento, prima in Nord America poi in Europa, di tali macchine ma non prima che si affiancassero a loro altri mezzi più compatti e anche leggeri denominati “motoaratori”.

Le motoaratrici

Motoaratrice “Pacha Nubar” del 1904. Lavorava il terreno con una aratro rotativo fissato
posteriormente.

Vicini ai trattori, erano costituiti da un telaio che accoglieva ventralmente o posteriormente uno o più vomeri per l’aratura dando origine a macchine operativamente finalizzate ma meno impegnative all’uso delle locomobili stradali. Un classico rappresentanti di queste macchine furono le motoaratrici italiane Pavesi e Tolotti, apparse all’inizio del secolo scorso.

Il Landbaumotor Lanz del 1911. Veicolo pesante 5 tonnellate, operava tramite la fresa rotante posteriore.

Le motoaratrici di fatto poteva considerarsi le antesignane dei trattori, ma erano comunque macchine dalla versatilità limitata e impossibilitate ad accedere a parcelle di piccole dimensioni o giacenti su terreni difficili. A tale compito guardano quindi i motocoltivatori mezzi che proprio a causa della loro specificità sono giunti fino ai giorno nostri.

I motocoltivatori

Un moderno motocoltivatore reversibile prodotto da Bcs impegnato in una manutenzione del verde.

Affiancando idealmente fra loro le locomobili con le locomobili stradali con le motoaratrici si potrebbe notare come lo sviluppo della meccanizzazione agricola abbia seguito da vicino l’evoluzione della stessa agricoltura mettendo a disposizione delle aziende macchine sempre più compatte. Ultimo passo in tale direzione, verso la fine degli Anni 20 del secolo scorso, fu il motocoltivatore, macchina che nacque per proporsi quale piccola motoaratrice monoasse azionante una fresa. Venne progettata guardando all’agricoltura avanzata in spazi ristretti o su pendenza accentuate e quindi ad ambiti in cui non potevano accedere i trattori. Proprio per tale motivo la produzione in serie dei motocoltivatori continua ancora oggi nonostante costringa l’operatore a muoversi a piedi per seguire la macchina. Rispetto ai primi esemplari i motocoltivatori odierni sono però molto più sicuri e agevoli da gestire, possono azionare oltre alle frese anche un gran numero di altri attrezzi e hanno anche dato origine a varianti specializzate quali le motofalciatrici e le motozappe, mezzi questi ultimi privi di ruote e sostenuto dal sistema di zappette che oltre a lavorare il terreno provvedono anche all’avanzamento della macchina.

I tratti salienti del trattore

1892. Secondo i documenti disponibile nasce il primo trattore, definito però “centrale mobile di potenza”. E’ forse la descrizione che meglio si addice a una macchina il cui profilo costruttivo di fondo e le cui finalità operative non sono variate più di tanto nel corso dei decenni.

Trattore SuperLandini in aratura con un monovomere carrellato.

Oggi come allora e in attesa di quella propulsione elettrica di cui tanto si parla ma poco fa, il trattore è tale se mosso da un motore a combustione interna cui devono per forza di cose abbinarsi una trasmissione pilotabile mediante una frizione e atta a realizzare oltre alle marce avanti anche una più retromarce. Deve poi avere due assali almeno uno dei quali sterzante e uno motore, e deve disporre di un posto guida che permetta all’operatore di gestire tutte le funzionalità. Così concepita la macchina può operare a postazione fissa o quale mezzo semovente, reso tale dalla presenza di ruote o cingolature. Di fatto connotazioni ben precise che si sono affinate nel corso degli anni arrivando a integrare nella macchina uno o più impianti idraulici e sostituendo le prese di forza a puleggia con le prese di forza a codulo.

Così concepito il trattore agricolo è oggi una delle macchine più versatili e polivalenti mai costruite dall’uomo, fermo restando che per essere considerato un vero trattore un mezzo deve anche possedere un ultimo ma non meno importante requisito: deve essere stato prodotto in serie, magari minima, ma in serie. In caso contrario è solo un prototipo e i prototipi se prima o poi non danno luogo a una serie difficilmente fanno la Storia.

Titolo: L’agricoltura prima del trattore

Autore: Massimo Misley

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