Ddl caccia tra luci, ombre e interessi di parte

Aggiornare le norme che dal 1992 disciplinano la caccia è necessario. Il ddl caccia approvato in Senato cambia però ben poco e dà luogo a un solo nuovo protagonista inquadrabile nell’agricoltore-cacciatore. Un errore politico e pratico

ddl caccia
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Analizzando il Disegno di Legge n.o 779, approvato dal Senato in prima lettura il 23 Giugno 2026 e ora all’esame della Camera, ci si rende conto di esere alle prese con una normativa inerente le attività venatorie fortemente condizionata da interessi di parte. Vale la pena di ricordare che il Disegno di Legge interviene sulla legge 157 del 1992, norma cardine relativamente alla tutela della fauna selvatica e ai prelievi venatori, quegli stessi che in Italia sono al momento divisi in due grandi filoni.

La Caccia di selezione e quella di contenimento. A entrambe può partecipare qualsiasi cacciatore purchè autorizzato e formato, ma nessuno al momento può immettere sul mercato carni derivanti da Caccia di contenimento. La nuova Legge dovrebbe ampliare tale possibilità permettendo ai cacciatori di cinghiali in sovrannumero di vendere i capi abbattuti, ma nella pratica questo sarà un privilegio riservato ai soli cacciatori-agricoltori. Non è uno scandalo in sé, intendiamoci.

Agricoltura e caccia sono storicamente legate e un agricoltore può benissimo essere anche un ottimo cacciatore. Il punto è un altro. Un agricoltore con licenza, formazione e requisiti è a tutti gli effetti un cacciatore e quindi non serve costruirgli intorno una categoria speciale.

Nè si dovrebbe far passare l’idea che il “cacciatore-non agricoltore”, quello che non conduce fondi agricoli, sia meno legittimato a partecipare alla gestione della fauna rispetto a chi possiede o lavora un terreno. Il Disegno di Legge invece non risptta tali assiomi in quanto appare chiaro essere stato ispirato, per non scrivere “dettato”, dalle Organizzazioni agricole.

Queste difendono interessi agricoli senza che ciò significhi difendere in automatico anche gli interessi del settore venatorio. Non a caso Coldiretti ha salutato il Disegno di Legge quale riforma importante per fronteggiare l’emergenza cinghiali e i relativi danni alle colture, atteggiamento che non deve stupire essendo Coldiretti famosa per lavorare sempre e solo per sé.

Peccato che tale interesse sia diventato l’architettura della Legge e abbia dato origine a un privilegio ponendo gli agricoltori-cacciatori sopra i cacciatori-non-agricoltori e non al loro fianco. Il nodo più evidente, relativamente a quanto sopra, riguarda appunto il contenimento delle specie selvatiche, a partire dal cinghiale.

ddl caccia

E’ previsto che imprenditori agricoli, proprietari e conduttori di fondi possano partecipare ai piani di controllo, se muniti di licenza e formazione, trattenendo i capi abbattuti come compensazione per i danni e i costi sostenuti. Valorizzare le carni da contenimento è una buona idea e, anzi, era una strada da aprire da tempo.

Su queste pagine lo si scrive da almeno cinque anni, e chi scrive lo sostiene da quindici anni lavorando nelle Università, nelle Istituzioni, con ristoratori, scuole, Atc e Comprensori alpini. La selvaggina può diventare filiera, reddito locale, cultura alimentare, presidio sanitario e incentivo alla gestione, quindi l’idea di fondo è buona, ma andava scritta meglio, senza creare cacciatori di serie “A” e di serie “B”.

Sarebbe bastato stabilire che i capi abbattuti nei piani di controllo, nel rispetto dell’igiene, della tracciabilità e se conferiti a centri autorizzati possono entrare in una filiera regolare. Invece si è costruita una deroga per una categoria specifica che premia i cacciatori-agricoltori e, di fatto, punisce i non agricoltori.

In primis quelli che per anni hanno fatto contenimento a titolo volontario, senza guadagnarci un solo euro e, anzi, spendendo del loro in carburanti, attrezzature e responsabilità. Ovvio che ora chi ha fatto contenimento per senso di responsabilità potrebbe sentirsi trasformato in manodopera gratuita, posizione che, se rifiutata, vedrebbe assottigliarsi le fila dei volontari.

Se a quel punto si accetta l’idea che il contenimento degli animali non si fa con le categorie, ma con i numeri, diventa difficile pensare che una platea ristretta ai soli soggetti agricoli, per quanto motivati, basti a contenere popolazioni di cinghiale ormai diffuse, mobili e adattabili. Una norma efficace dovrebbe ampliare la platea dei potenziali controllori, non creare gerarchie simboliche. Dovrebbe lasciar partecipare agli oneri, agli onori e agli utili tutti coloro che sono formati, autorizzati, assicurati e inseriti in un piano pubblico. Agricoltore o non agricoltore.

Sia chiaro, gli agricoltori devono far parte del sistema venatorio e faunistico. Sarebbe assurdo pensare il contrario. Sono i primi a subire i danni dovuti alla presenza di faune invasive, presidiano il territorio, conoscono le dinamiche locali e spesso sono anche cacciatori competenti. Ma devono stare dentro un sistema, non diventare il sistema.

Non tutti i cacciatori sono agricoltori

La differenza è decisiva. Un agricoltore può tranquillamente essere un cacciatore. Ma non tutti i cacciatori sono agricoltori. E una legge sulla Caccia dovrebbe riconoscere il valore della figura venatoria in quanto tale, non solo quando coincide con un interesse agricolo.

Se si voleva incentivare la Caccia tra gli agricoltori non serviva crear loro una corsia speciale mediante una Legge. Si deve invece incentivare la crescita del comparto venatorio mediante formazione, filiere accessibili agli operatori abilitati, dati pubblici sui piani, rimborsi chiari e meno burocrazia inutile.

Quanto sopra, peraltro, sarebbe completamente in linea con quello che è un aspetto positivo della Legge, l’introduzione dell’espressione “gestione” della fauna selvatica accanto al termine “protezione”. Non è un dettaglio linguistico, è un riconoscimento.

La fauna non è un soprammobile naturale e nemmeno un patrimonio da lasciare a se stesso. Le popolazioni selvatiche vanno censite, monitorate, protette quando serve o prelevate se le condizioni ecologiche e sociali lo richiedono. Un cacciatore formato, responsabile e inserito in un piano di prelievi ben congeniato non è il caricaturale “spara a tutto” descritto da certi dibattiti pubblici.

È un soggetto che conosce il territorio, presidia aree marginali, partecipa ai censimenti, applica piani di prelievo e assume responsabilità. Proprio per questo, se davvero si vuole riconoscere il ruolo del cacciatore come bioregolatore, bisogna avere il coraggio di metterlo al centro del discorso, indipendentemente dalla professione che esercita quando non caccia.

Ddl caccia, l’esultanza di Coldiretti

Come accennato nell’articolo principale, Coldiretti ha accolto positivamente il Disegno di Legge presentandolo come una risposta importante all’emergenza fauna selvatica, ai danni agricoli e alla tutela della biodiversità. Non deve sorprendere. Il Sindacato difende il proprio perimetro, e il testo legislativo offre al settore agricolo una centralità evidente.

Fatto grave però è che anche Federcaccia abbia rilanciato sul proprio sito questa lettura favorevole, accodandosi di fatto alla cornice proposta da Coldiretti. Qui il problema non è più soltanto agricolo, ma politico e culturale.

Una parte della rappresentanza venatoria sembra accettare, e persino amplificare, l’idea che il baricentro della caccia debba sposare gli interessi agricoli invece di difendere la centralità del cacciatore nella gestione faunistica. Se Coldiretti sostiene una riforma agricolo-centrica, lavora per sé. Ma se chi rappresenta i cacciatori lascia fare ad altri e dimentica i propri affiliati non fa bene il suo mestiere.

Chi ha creduto al ruolo del cacciatore come bioregolatore potrebbe sentirsi tradito proprio dalle Istituzioni e dalle Rappresentanze che avrebbero dovuto riconoscerlo e a quel punto potrebbe smettere di voler partecipare ai piani di contenimento con un danno certo anche per gli agricoltori che di queste figure hanno ancora bisogno.

Il settori agricolo e venatorio devono quindi camminare sugli stessi sentieri pur tutelando interessi diversi. Se li si confonde, non si avrà più tutela dell’ambiente e gestione della fauna, solo una politica di categoria proposta quale riforma approvata da Ministeri e maggioranze del tutto ignoranti sul tema, come troppo spesso accade quando si parla di agricoltura e zootecnia.

“Boschetti da caccia” eticamente inaccettabili

Una parte delicata del Disegno di Legge riguarda lo spazio dato alle aziende faunistico-venatorie e agri-turistico-venatorie. Nessuna demonizzazione preventiva dell’impresa privata, va precisato. Il mondo rurale vive anche di servizi, turismo, ospitalità e manutenzione del territorio.

Però la caccia non può essere ridotta a consumo organizzato di animali allevati per essere abbattuti. Quando si apre alla logica dell’ungulato allevato, immesso e poi prelevato in aree chiuse o semi-chiuse, non si parla più di gestione di popolazioni selvatiche, ma di “boschetti da Caccia” eticamente non accettabili in quanto fortemente orientati al diletto. Il testo tocca inoltre anche temi simbolici, a partire dal lupo.

La sua eliminazione dall’elenco delle specie particolarmente protette non ne apre automaticamente la Caccia, ma il segnale politico è evidente visto che il predatore viene spostato in una zona più esposta alla pressione sociale e agricola, proprio mentre una parte del dibattito pubblico lo demonizza oltre misura.

Al contrario lo stambecco che viene lasciato fuori dall’elenco delle specie cacciabili nonostante in alcune aree alpine e sulla base di piani selettivi rigorosamente studiati sia possibile prelevare un certo numero di capi reinvestendo i proventi in monitoraggi e conservazione, Di fatto una Legge che parla di “Gestione” ma poi apre a simbologie e tabù.

Titolo: Ddl caccia tra luci, ombre e interessi di parte

Autori: Eugenio Demartini e Roberto Viganò

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